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I fasti di "A Night At The Opera" (prima parte)

Pubblicato da Robj | lunedì, gennaio 28, 2008 | , , | 0 commenti »




"A Night At The Opera" non è solo uno dei dischi più originali dell'intera discografia della band inglese, è un'esplorazione a 360 gradi attraverso le sconfinate opportunità che, negli anni '70, il rock pareva offrire ai musicisti dell'epoca. Questo disco è lontano anni luce dal pop pregevole che ha reso i Queen delle vere e proprie icone dello show - business in tutto il mondo. I Queen arrivano a registrarlo nel 1975 quando i Deep Purple avevano già consolidato la propria fama forgiando l’hard rock spinoso che ha aperto la strada a tante altre band. Dopo la più che brillante esperienza di “Sheer Heart Attack” uscito l'anno precedente, in questa nuova esperienza, si evidenzia l’allargamento di vedute da parte dei Queen a scenari nuovi, a lande a loro inesplorate dove la voce di Freddie Mercury potesse dare la maggiore dimostrazione del suo straordinario potenziale, il rock vicino all’opera. Le menti geniali di Mercury, May, Deacon e Taylor, partoriscono un lavoro compatto, stoico, considerato da molti critici il loro fiore all'occhiello. I Queen mescolano alcuni fra i generi musicali più "popolari" di ogni tempo per creare un sound inconfondibile e maestoso. L'opera e l'operetta, il vaudeville, il music hall, il musical di Broadway, l'hard-rock dei Who e i Led Zeppelin, la vena glam di David Bowie, confluiscono in questo disco e si fondono magicamente l'uno con l'altro senza soluzione di continuità. Il tentativo di commistione di musica classica, opera e rock non era a ben vedere una novità assoluta nel mondo della musica popolare: i Beach Boys avevano ad esempio inserito arrangiamenti orchestrali nel loro “Pet sounds” datato 1966, e gli Who con il loro “Tommy”, avevano realizzato una rock opera già nel 1969. Ciò che rende comunque diverso “A Night At The Opera”, anche se non svincolato del tutto dai suoi illustri precedenti, è la presenza di due elementi: una forte ironia e la capacità parodistica da parte dei Queen. Lo stile barocco e pomposo delinea in maniera decisiva e originale la loro musica. L'album è dominato dalla schiacciante ispirazione di Mercury, qui al pieno delle sue possibilità espressive. In mano a lui, i Queen diventano un duttile strumento attraverso cui sperimentare le commistioni sonore più stravaganti. Ma non mancano episodi in cui le diverse anime del gruppo affiorano con prepotenza fungendo da contraltare alla travolgente creatività di Mercury: è così che trovano spazio brani come "'39", bellissima ballata country del chitarrista Brian May, o "You're My Best Friend", allegra ed orecchiabile canzoncina del bassista John Deacon, molto vicina al soul elettrico di Stevie Wonder. Ma è evidente, il "leitmotiv" del disco è un altro: le sonorità morbide di un pianoforte che esegue fini arpeggi mescolate ad una hard rock neoclassico. L'opera comprende "Death On Two Legs", anticipata da un breve intro inserito nella stessa traccia, quasi a mettere in guardia l'ascoltatore a quello a cui andrà incontro. La tagliente chitarra del riccioluto May si intreccia con veri e propri riff pianistici alla "Mussorgskij" creando così un muro sonoro a prova di "bomba" sul quale Mr Bulsara dipinge tutto il suo sarcasmo “Succhi il mio sangue come una sanguisuga, infrangi la legge e ne violi le regole, mi torci il cervello finché fa male”, la voce di Mercury è potente, limpida, altamente espressiva. Il cantante si atteggia a guitto e a dandy e non disdegna il crooning, le asprezze, il falsetto, il canto lirico e l'imitazione comica, ad un tratto tutto si interrompe per far largo a "Lazing On A Sunday Afternoon", un minuto di musica da cabaret, (immaginateli in gessato marrone e capirete), uno sketch vaudeville: la voce è filtrata perché sembri uscire dal cono di un grammofono. Il pianoforte saltellante, l'atmosfera da Londra di fine ottocento, il testo scopertamente wildeiano mettono a nudo l'ambiguità sessuale di Mercury ("I'm bount to be proposing on a Saturday night") e le potenzialità mimetiche della sua voce. La canzone successiva è "I'm In Love With My Car" ed è cantata da Roger Taylor. L'intensa prova vocale del batterista che dedica la canzone alle automobili, una delle sue passioni (chiaramente dopo le donne) ci riporta a sonorità rock. Il brano è destinato a diventare un classico nei concerti della band nella prima decade della loro carriera. Segue "You're My Best Friend", una canzone semplice al primo impatto che si poggia su un accattivante giro di basso ripetuto per tutta la canzone. Sembra quasi che faccia da intervallo all'opera; in realtà è la parodia della song romantica al pianoforte. I coretti "silly" sono una frecciata, e non una concessione al pop easy-listening. May invece si dedica al country rock con "'39", una melodia coinvolgente dominata dalle chitarre acustiche, accompagnate dai cori caratteristici dei Queen, che spingono il pezzo ad un livello altissimo. La Red Special simula il timbro del violino e della fisarmonica. Cambia scena: torna Mercury al microfono e May alla chitarra elettrica, e "Sweet Lady" diventa ancora un prestesto per deliziarci con potenti riff distorti cesellati dalla maestria vocale di Mercury. "Seaside Rendezvous", è l'ideale proseguimento delle atmosfere da music-hall londinese di "Lazing On A Sunday", trasportate nella Francia della "belle-epoque". E' vera musica da cabaret, con tanto di campanelli e assolo di kazoo; mancano solo le ballerine di contorno. In questo momento dell'opera sono tutti felici e tranquilli, ma qui inizia il terremoto. Nella burrascosa "The Prophet's Song", 8.20 minuti da ascoltare tutti d'un fiato, il gruppo si supera: La "gemella povera di Bohemian Rapsody" come è stata più volte erroneamente definita, è una mini-suite con introduzione acustica, tema hard rock, bridge corale per voci sovraincise e ritorno al tema. Ricalca nella struttura quel capolavoro che è "My God" dei Jethro Tull, e ne eredita e accentua la teatralità. Qui, più che in ogni altro luogo del disco, il parallelo con il musical è azzeccato. La scena madre della profezia dell'oracolo, di millenaria tradizione letteraria, è tratteggiata con enfasi verbale e melodica. Il cantante è uno, ma capace di infiniti travestimenti: ogni volta che Mercury cambia registro, o che il coro si inserisce nella tessitura, viene data la parola ad un personaggio diverso. La sezione centrale è un assolo della voce di Mercury, sovrancisa quattro volte l'una sull'altra in modo non sincronico: più voci cantano la stessa melodia in momenti diversi partendo a intervalli regolari, in una sorta di contrappunto sfalsato. In realtà questa forma canora è usatissima nelle filastrocche popolari dell'Europa continentale. Senza un attimo di respiro si passa ad una commovente canzone d'amore: "Love Of My Life". Pur nel pomposo arrangiamento per pianoforte, voce e cori, la melodia mantiene l'aspetto e l'umore della serenata alla finestra. Gli spunti di chitarra elettrica simulano una viola, e la conclusione è affidata ad un'arpa, questa volta autentica. Ed anche in questo episodio, la chitarra di Brian May, sinuosa e morbida come un violino, si trasfigura in voce strumentale ideale su cui poggia la canzone, splendido brano in bilico tra "Love Me Tender" e i "Lieder" di Schubert. Una lirica commovente che appassiona e fa innamorare all'istante: maestoso capolavoro!! Con "Good Company" la scena cambia ancora: ci troviamo di fronte ad un guitto di strada (Brian May) che racconta la sua mesta vicenda con in braccio un ukulele. Ancora la chitarra elettrica si traveste, stavolta riecheggia l'organetto a manovella. (continua)



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