Sheer Heart Attack" è il terzo album della band inglese, uscito a meno di un anno di distanza dal precedente "Queen II"(è stato pubblicato per la prima volta in LP nel novembre del 1974). È un periodo di grandissimo fervore creativo per la band inglese, fervore che, indiscutibilmente, proseguirà quasi immutato per tutti gli anni settanta, fino al monumentale "Live Killers". Se "Queen II", pur essendo certamente un album dalle spiccate tinte hard-rock, era focalizzato in prevalenza sulle audaci trame melodiche che Mercury intesseva al pianoforte, qui è la Red Special di May ha rubare la scena. Nei primi due album infatti è lo stile poetico e armonioso a distinguersi, ora invece la comunicazione dei sentimenti è più diretta e vigorosa. L'uscita del disco è stata preceduta dalla pubblicazione del singolo “Killer Queen”, primo vero hit internazionale dei Queen, successo di pubblico e anche di critica, quasi mai a favore dei nostri beniamini. Il singolo infatti entrò direttamente al secondo posto nella classifica britannica ed irlandese e nelle prime posizioni in diversi paesi europei. Il brano, composto da Freddie al piano, è tutt'ora una delle canzoni più celebri e accattivanti del catalogo dei Queen dove l’istrionico Mercury cerca di farci capire come anche tra la gente dell'alta borghesia vi siano delle puttane... È in questi primi dischi che i Queen gettano le basi della loro continua ricerca dell' orchestrazione delle armonie che porterà alla creazione del masterpiece successivo "A Night At The Opera". La creatività e la versatilità di Brian e di Freddie è fuori discussione e anche per questo disco la band fa a meno dell'uso dei sintetizzatori. Il gruppo ha acquisito un buon livello di maturità ed è consapevole di poter creare le identiche vibrazioni, gli stessi effetti armonici con gli strumenti essenziali del rock, utilizzati magistralmente. L’energica e allo stesso tempo lugubre "Red Special" si lega armonicamente alla voce ineguagliabile e senza confini di Mr. Mercury e in ogn’una delle tredici tracce, traspare questa meravigliosa e delicata simbiosi. Il falsetto di Mercury nell'opener “Brighton Rock” è fantastico e, la famosa parte centrale tutta ricamata da un assolo che May ottiene sfruttando l'effetto delay, proietta l’ascoltatore in un ‘altra dimensione, uno spazio pieno di colori e schiamazzi, nel bel mezzo di una festa popolare (per l’appunto Brighton Rock è un leccalecca che Brian comprava da piccolo al Luna Park). Il brano, in seguito, sarà oggetto di studio da parte di famosi chitarristi contemporanei, tra cui Joe Satriani, Steve Vai e Eddie Van Halen. Per gli amanti delle curiosità, il tema centrale di "Brighton Rock" proviene da "Blag" degli Smile. Poi è il turno di “Tenement Funster”, una stupenda ballata acustica cantata dalla voce potente e rugosa di Roger Taylor. Anche qui ho una chicca, "Tenement Funster" in origine avrebbe dovuto chiamarsi "Tin Dreams". L’arpeggio finale confluisce nel brano successivo “Flick Of The Wrist” e ritornano le bordate lussureggianti di chitarra. Questa è una canzone veramente unica e porta in grembo il marchio ineguagliabile dell'arte dei Queen. L'atmosfera è permeata dai cori di sottofondo, sempiterno e peculiare marchio di fabbrica della Regina. Si pensa che "Flick Of The Wirst" sia la prima parte di invettiva verso Norman Sheffield manager della Trident, continuata poi con la sinistra "Death On Two Legs" nell' album seguente. Dopo la soave carezza melodiche costituita da “Lily Of The Valley”, giunge il momento di "Now I’m Here", autentica fiammata hard-rock (composta da Brian May durante la sua degenza all'ospedale dopo aver contratto l'epatite). Questa è una delle canzoni più riuscite nelle esibizioni live della band. Nella song Freddie Mercury suona un organo Hammond e Brian May oltre alla Red Special anche un pianoforte. Personalmente devo dire che non è una delle mie preferite. Nelle due versioni di "In The Laps Of The Gods" l’interpretazione di Mercury è soave, dolce e malinconica e sembra racchiudere nelle sue corde vocali tutti gli impulsi della nostra vita terrena e ultraterrena. Bellissime entrambi ma la versione rivisitata ha un pathos superiore!! Freddie Mercury scrisse il seguente brano influenzato dalla canzone "Something Wonderful" ascoltata nel musical "The King and I" di Rodgers e Hammerstein. "Dear Friends" è una breve ballad di solo pianoforte e "Misfire" è un breve passaggio di rock acustico. L’eclettica e allegra (con brevi ponti jazzistici) "Bring Back that Leroy Brown" non fa eccezione (con i suoi due minuti e quindici secondi) ed è un altro preludio ai fasti del rock cabaret di "Una Notte all’Opera". Quasi quasi dimenticavo "Stone cold Crazy"... E' una Heavy song ritmata e veloce, vicinissima a band come i Led Zeppelin, peccato che sia anch'essa troppo breve... Riff mitologico! Il brano, ritenuto precursore dell'heavy metal, fu composto da Freddie Mercury nei primi anni settanta per il gruppo nel quale militava prima di unirsi ai Queen, i Wreckage. "Stone Cold Crazy" è noto per essere stato reinterpretato nel 1990 dai Metallica, che un anno dopo vinceranno il premio "Grammy Best Metal Performance" proprio con il medesimo brano. Concludo ora con la perla "She Makes Me", pezzo dalle atmosfere libere e sconfinate. "Sheer Heart Attack" è un album originale, l'ultimo passo che serve alla "Regina" per raggiungere l'olimpo.
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Sheer Heart Attack
Pubblicato da BettingMaker | martedì, febbraio 12, 2008 | OldPost, Queen, Recensioni | 2 commenti »
Sheer Heart Attack" è il terzo album della band inglese, uscito a meno di un anno di distanza dal precedente "Queen II"(è stato pubblicato per la prima volta in LP nel novembre del 1974). È un periodo di grandissimo fervore creativo per la band inglese, fervore che, indiscutibilmente, proseguirà quasi immutato per tutti gli anni settanta, fino al monumentale "Live Killers". Se "Queen II", pur essendo certamente un album dalle spiccate tinte hard-rock, era focalizzato in prevalenza sulle audaci trame melodiche che Mercury intesseva al pianoforte, qui è la Red Special di May ha rubare la scena. Nei primi due album infatti è lo stile poetico e armonioso a distinguersi, ora invece la comunicazione dei sentimenti è più diretta e vigorosa. L'uscita del disco è stata preceduta dalla pubblicazione del singolo “Killer Queen”, primo vero hit internazionale dei Queen, successo di pubblico e anche di critica, quasi mai a favore dei nostri beniamini. Il singolo infatti entrò direttamente al secondo posto nella classifica britannica ed irlandese e nelle prime posizioni in diversi paesi europei. Il brano, composto da Freddie al piano, è tutt'ora una delle canzoni più celebri e accattivanti del catalogo dei Queen dove l’istrionico Mercury cerca di farci capire come anche tra la gente dell'alta borghesia vi siano delle puttane... È in questi primi dischi che i Queen gettano le basi della loro continua ricerca dell' orchestrazione delle armonie che porterà alla creazione del masterpiece successivo "A Night At The Opera". La creatività e la versatilità di Brian e di Freddie è fuori discussione e anche per questo disco la band fa a meno dell'uso dei sintetizzatori. Il gruppo ha acquisito un buon livello di maturità ed è consapevole di poter creare le identiche vibrazioni, gli stessi effetti armonici con gli strumenti essenziali del rock, utilizzati magistralmente. L’energica e allo stesso tempo lugubre "Red Special" si lega armonicamente alla voce ineguagliabile e senza confini di Mr. Mercury e in ogn’una delle tredici tracce, traspare questa meravigliosa e delicata simbiosi. Il falsetto di Mercury nell'opener “Brighton Rock” è fantastico e, la famosa parte centrale tutta ricamata da un assolo che May ottiene sfruttando l'effetto delay, proietta l’ascoltatore in un ‘altra dimensione, uno spazio pieno di colori e schiamazzi, nel bel mezzo di una festa popolare (per l’appunto Brighton Rock è un leccalecca che Brian comprava da piccolo al Luna Park). Il brano, in seguito, sarà oggetto di studio da parte di famosi chitarristi contemporanei, tra cui Joe Satriani, Steve Vai e Eddie Van Halen. Per gli amanti delle curiosità, il tema centrale di "Brighton Rock" proviene da "Blag" degli Smile. Poi è il turno di “Tenement Funster”, una stupenda ballata acustica cantata dalla voce potente e rugosa di Roger Taylor. Anche qui ho una chicca, "Tenement Funster" in origine avrebbe dovuto chiamarsi "Tin Dreams". L’arpeggio finale confluisce nel brano successivo “Flick Of The Wrist” e ritornano le bordate lussureggianti di chitarra. Questa è una canzone veramente unica e porta in grembo il marchio ineguagliabile dell'arte dei Queen. L'atmosfera è permeata dai cori di sottofondo, sempiterno e peculiare marchio di fabbrica della Regina. Si pensa che "Flick Of The Wirst" sia la prima parte di invettiva verso Norman Sheffield manager della Trident, continuata poi con la sinistra "Death On Two Legs" nell' album seguente. Dopo la soave carezza melodiche costituita da “Lily Of The Valley”, giunge il momento di "Now I’m Here", autentica fiammata hard-rock (composta da Brian May durante la sua degenza all'ospedale dopo aver contratto l'epatite). Questa è una delle canzoni più riuscite nelle esibizioni live della band. Nella song Freddie Mercury suona un organo Hammond e Brian May oltre alla Red Special anche un pianoforte. Personalmente devo dire che non è una delle mie preferite. Nelle due versioni di "In The Laps Of The Gods" l’interpretazione di Mercury è soave, dolce e malinconica e sembra racchiudere nelle sue corde vocali tutti gli impulsi della nostra vita terrena e ultraterrena. Bellissime entrambi ma la versione rivisitata ha un pathos superiore!! Freddie Mercury scrisse il seguente brano influenzato dalla canzone "Something Wonderful" ascoltata nel musical "The King and I" di Rodgers e Hammerstein. "Dear Friends" è una breve ballad di solo pianoforte e "Misfire" è un breve passaggio di rock acustico. L’eclettica e allegra (con brevi ponti jazzistici) "Bring Back that Leroy Brown" non fa eccezione (con i suoi due minuti e quindici secondi) ed è un altro preludio ai fasti del rock cabaret di "Una Notte all’Opera". Quasi quasi dimenticavo "Stone cold Crazy"... E' una Heavy song ritmata e veloce, vicinissima a band come i Led Zeppelin, peccato che sia anch'essa troppo breve... Riff mitologico! Il brano, ritenuto precursore dell'heavy metal, fu composto da Freddie Mercury nei primi anni settanta per il gruppo nel quale militava prima di unirsi ai Queen, i Wreckage. "Stone Cold Crazy" è noto per essere stato reinterpretato nel 1990 dai Metallica, che un anno dopo vinceranno il premio "Grammy Best Metal Performance" proprio con il medesimo brano. Concludo ora con la perla "She Makes Me", pezzo dalle atmosfere libere e sconfinate. "Sheer Heart Attack" è un album originale, l'ultimo passo che serve alla "Regina" per raggiungere l'olimpo.Quando il rock incontra l'opera: Bohemian Rhapsody (seconda parte)
Pubblicato da BettingMaker | martedì, gennaio 29, 2008 | OldPost, Queen, Recensioni | 0 commenti »
Che dire invece su "Bohemian Rhapsody"? Hard rock, lirica, pop; tutto è concentrato nei sei interminabili minuti di questo brano, in cui si ha la sensazione di attraversare mondi e dimensioni sconosciuti, come l'improbabile protagonista della canzone, prima carnefice e poi vittima di una schiera di diavoli affamati della sua anima. La genialità dei Queen è espressa in un’operetta che si articola in tre cambi di tempo. Nonostante il singolo non fosse propriamente radiofonico ottenne subito un successo notevolissimo in Inghilterra dove arrivò alla numero uno. L’esperimento di una canzone con tre cambi di tempo era stato già provato dai Beatles in “Happiness Is A Warm Gun”, dove arrivarono ad unire tre diverse canzoni. La “Bo Rap” inizia con un accompagnamento di pianoforte che si collega alla parte corale tramite un sottile ricamo di chitarra di Brian May. La parte corale, la più interessante, fu registrata in una settimana, e durante i concerti, quando veniva eseguita la canzone, non era cantata “live”. Le voci dei quattro Queen si intrecciano, si sovrappongono a creare notevoli effetti polifonici. L’ultimo cambio di tempo è costituito dalla parte finale, dove c’è un’esplosione hard rock. La voce di Mercury arriva di diritto nell’Olimpo, la chitarra di May spara suoni hard rock devastanti, e poi improvvisamente, da questa bufera sonora, la quiete, resta solo la voce di Freddie e il suo fedele piano “Nothing really matters / anyone can see / nothing really matters / nothing really matters to me / Anyway the wind blows.” Il gong finale chiude una cavalcata di rara bellezza. "Bohemian Rapsody" è un prodigioso riassunto di alcuni secoli di storia della musica popolare europea e non. Ci sono i canti di Natale in chiesa, i Platters, i Led Zeppelin, l'opera, il melodramma di Monteverdi, le cantate di Bach, le melodie corali di Verdi, Frank Sinatra, il musical di Broadway. Il tutto preso e frullato senza rispetto per successioni cronologiche: il canto da chiesa si innesta sulla power-ballad, assoli di chitarra conducono dalle atmosfere del cabaret a quelle dell'Opera, in un tripudio di sovrancisioni vocali, spunti melodici, riff travolgenti che simulano le progressioni dei fiati in un orchestra fra cori angelici e demoniaci, senza perdere mai di vista il tema melodico principale. Il finale della "Serata all'Opera" è in pompa magna. La chitarra di May si concede il lusso di suonare l’inno inglese “God Save The Queen” in chiave parodistica, imitando così Jimi Hendrix che a Woodstock aveva scolpito l’inno americano, tra distorsioni e dissonanze, nella storia del rock. L'intero disco potrebbe costituire la colonna sonora di un musical, se solo avesse un'unita tematica. Meraviglioso masterpiece!!! I fasti di "A Night At The Opera" (prima parte)
Pubblicato da BettingMaker | lunedì, gennaio 28, 2008 | OldPost, Queen, Recensioni | 0 commenti »
"A Night At The Opera" non è solo uno dei dischi più originali dell'intera discografia della band inglese, è un'esplorazione a 360 gradi attraverso le sconfinate opportunità che, negli anni '70, il rock pareva offrire ai musicisti dell'epoca. Questo disco è lontano anni luce dal pop pregevole che ha reso i Queen delle vere e proprie icone dello show - business in tutto il mondo. I Queen arrivano a registrarlo nel 1975 quando i Deep Purple avevano già consolidato la propria fama forgiando l’hard rock spinoso che ha aperto la strada a tante altre band. Dopo la più che brillante esperienza di “Sheer Heart Attack” uscito l'anno precedente, in questa nuova esperienza, si evidenzia l’allargamento di vedute da parte dei Queen a scenari nuovi, a lande a loro inesplorate dove la voce di Freddie Mercury potesse dare la maggiore dimostrazione del suo straordinario potenziale, il rock vicino all’opera. Le menti geniali di Mercury, May, Deacon e Taylor, partoriscono un lavoro compatto, stoico, considerato da molti critici il loro fiore all'occhiello. I Queen mescolano alcuni fra i generi musicali più "popolari" di ogni tempo per creare un sound inconfondibile e maestoso. L'opera e l'operetta, il vaudeville, il music hall, il musical di Broadway, l'hard-rock dei Who e i Led Zeppelin, la vena glam di David Bowie, confluiscono in questo disco e si fondono magicamente l'uno con l'altro senza soluzione di continuità. Il tentativo di commistione di musica classica, opera e rock non era a ben vedere una novità assoluta nel mondo della musica popolare: i Beach Boys avevano ad esempio inserito arrangiamenti orchestrali nel loro “Pet sounds” datato 1966, e gli Who con il loro “Tommy”, avevano realizzato una rock opera già nel 1969. Ciò che rende comunque diverso “A Night At The Opera”, anche se non svincolato del tutto dai suoi illustri precedenti, è la presenza di due elementi: una forte ironia e la capacità parodistica da parte dei Queen. Lo stile barocco e pomposo delinea in maniera decisiva e originale la loro musica. L'album è dominato dalla schiacciante ispirazione di Mercury, qui al pieno delle sue possibilità espressive. In mano a lui, i Queen diventano un duttile strumento attraverso cui sperimentare le commistioni sonore più stravaganti. Ma non mancano episodi in cui le diverse anime del gruppo affiorano con prepotenza fungendo da contraltare alla travolgente creatività di Mercury: è così che trovano spazio brani come "'39", bellissima ballata country del chitarrista Brian May, o "You're My Best Friend", allegra ed orecchiabile canzoncina del bassista John Deacon, molto vicina al soul elettrico di Stevie Wonder. Ma è evidente, il "leitmotiv" del disco è un altro: le sonorità morbide di un pianoforte che esegue fini arpeggi mescolate ad una hard rock neoclassico. L'opera comprende "Death On Two Legs", anticipata da un breve intro inserito nella stessa traccia, quasi a mettere in guardia l'ascoltatore a quello a cui andrà incontro. La tagliente chitarra del riccioluto May si intreccia con veri e propri riff pianistici alla "Mussorgskij" creando così un muro sonoro a prova di "bomba" sul quale Mr Bulsara dipinge tutto il suo sarcasmo “Succhi il mio sangue come una sanguisuga, infrangi la legge e ne violi le regole, mi torci il cervello finché fa male”, la voce di Mercury è potente, limpida, altamente espressiva. Il cantante si atteggia a guitto e a dandy e non disdegna il crooning, le asprezze, il falsetto, il canto lirico e l'imitazione comica, ad un tratto tutto si interrompe per far largo a "Lazing On A Sunday Afternoon", un minuto di musica da cabaret, (immaginateli in gessato marrone e capirete), uno sketch vaudeville: la voce è filtrata perché sembri uscire dal cono di un grammofono. Il pianoforte saltellante, l'atmosfera da Londra di fine ottocento, il testo scopertamente wildeiano mettono a nudo l'ambiguità sessuale di Mercury ("I'm bount to be proposing on a Saturday night") e le potenzialità mimetiche della sua voce. La canzone successiva è "I'm In Love With My Car" ed è cantata da Roger Taylor. L'intensa prova vocale del batterista che dedica la canzone alle automobili, una delle sue passioni (chiaramente dopo le donne) ci riporta a sonorità rock. Il brano è destinato a diventare un classico nei concerti della band nella prima decade della loro carriera. Segue "You're My Best Friend", una canzone semplice al primo impatto che si poggia su un accattivante giro di basso ripetuto per tutta la canzone. Sembra quasi che faccia da intervallo all'opera; in realtà è la parodia della song romantica al pianoforte. I coretti "silly" sono una frecciata, e non una concessione al pop easy-listening. May invece si dedica al country rock con "'39", una melodia coinvolgente dominata dalle chitarre acustiche, accompagnate dai cori caratteristici dei Queen, che spingono il pezzo ad un livello altissimo. La Red Special simula il timbro del violino e della fisarmonica. Cambia scena: torna Mercury al microfono e May alla chitarra elettrica, e "Sweet Lady" diventa ancora un prestesto per deliziarci con potenti riff distorti cesellati dalla maestria vocale di Mercury. "Seaside Rendezvous", è l'ideale proseguimento delle atmosfere da music-hall londinese di "Lazing On A Sunday", trasportate nella Francia della "belle-epoque". E' vera musica da cabaret, con tanto di campanelli e assolo di kazoo; mancano solo le ballerine di contorno. In questo momento dell'opera sono tutti felici e tranquilli, ma qui inizia il terremoto. Nella burrascosa "The Prophet's Song", 8.20 minuti da ascoltare tutti d'un fiato, il gruppo si supera: La "gemella povera di Bohemian Rapsody" come è stata più volte erroneamente definita, è una mini-suite con introduzione acustica, tema hard rock, bridge corale per voci sovraincise e ritorno al tema. Ricalca nella struttura quel capolavoro che è "My God" dei Jethro Tull, e ne eredita e accentua la teatralità. Qui, più che in ogni altro luogo del disco, il parallelo con il musical è azzeccato. La scena madre della profezia dell'oracolo, di millenaria tradizione letteraria, è tratteggiata con enfasi verbale e melodica. Il cantante è uno, ma capace di infiniti travestimenti: ogni volta che Mercury cambia registro, o che il coro si inserisce nella tessitura, viene data la parola ad un personaggio diverso. La sezione centrale è un assolo della voce di Mercury, sovrancisa quattro volte l'una sull'altra in modo non sincronico: più voci cantano la stessa melodia in momenti diversi partendo a intervalli regolari, in una sorta di contrappunto sfalsato. In realtà questa forma canora è usatissima nelle filastrocche popolari dell'Europa continentale. Senza un attimo di respiro si passa ad una commovente canzone d'amore: "Love Of My Life". Pur nel pomposo arrangiamento per pianoforte, voce e cori, la melodia mantiene l'aspetto e l'umore della serenata alla finestra. Gli spunti di chitarra elettrica simulano una viola, e la conclusione è affidata ad un'arpa, questa volta autentica. Ed anche in questo episodio, la chitarra di Brian May, sinuosa e morbida come un violino, si trasfigura in voce strumentale ideale su cui poggia la canzone, splendido brano in bilico tra "Love Me Tender" e i "Lieder" di Schubert. Una lirica commovente che appassiona e fa innamorare all'istante: maestoso capolavoro!! Con "Good Company" la scena cambia ancora: ci troviamo di fronte ad un guitto di strada (Brian May) che racconta la sua mesta vicenda con in braccio un ukulele. Ancora la chitarra elettrica si traveste, stavolta riecheggia l'organetto a manovella. (continua)Queen Rock Montreal & Live Aid
Pubblicato da BettingMaker | sabato, gennaio 19, 2008 | Queen, Recensioni | 0 commenti »
Il 24 e 25 novembre del 1981 i Queen tennero due concerti, entrambi esauriti, al Forum di Montreal (Canada). In quel periodo la band inglese era reduce dalle fatiche del tour in Sud America e si accingeva a lanciare il singolo “Under Pressure”, apripista del controverso album “Hot Space”. Le due date vennero filmate in pellicola, mostrate per la prima volta al Cannes Film Festival nel maggio del 1983 con il titolo “We Will Rock You” e pubblicate successivamente in versione VHS nel 1984. Questa versione presenta due edizioni in formato DVD: quella singola intitolata “Rock Montreal” e quella doppia chiamata “Rock Montreal & Live Aid”. Quest'ultima include anche l'esibizione al Live Aid del luglio 1985, le riprese delle prove dello stesso Live Aid e un’intervista alla band. Le riprese video sono state restaurate digitalmente, fotogramma per fotogramma, dalla pellicola originale e l’audio è stato remixato e masterizzato in formato DTS Surround Sound e PCM Stereo dai nastri multitraccia originali.“Lo spettacolo comincia con una versione elettrizzante e veloce di “We Will Rock You” e prosegue con la rockeggiante “Let Me Entertain You”, poi “Play The game”, il gospel “Somebody to love” e “Killer queen”. Dopo l'intramezzo grintoso di Roger con “I’m In Love With My Car” Freddie riprende la cavalcata con “Get down make love”, “Save me”, “Now I’m Here”, “Dragon attack”, e ancora “Now I’m Here”. La lenta e dolce “Love Of My Life” è superlativa. Dopo la novità (per l'epoca) “Under Pressure” continuano con “Keep Yourself Alive”, poi una parte riservata agli assoli di Roger Taylor alla batteria e Brian May alla chitarra. Si riprende con “Crazy Little Thing Called Love”, il classico “Jailhouse Rock” e l'immancabile “Bohemian Rhapsody”. Lo show scorre veloce sull'incandescente “Tie Your Mother Down”, la ritmata “Another One Bites The Dust”, e l'hard rock “Sheer heart attack”...
Chiudono “We Will Rock You” e “We Are The Champions”. Commiato finale affidato all’inno inglese. L'edizione speciale, come ho accennato prima, contiene anche la performance registrata al Live Aid il 13 luglio 1985, uno dei più grandi eventi musicali di tutti i tempi. Sul palco di Wembley (Londra) la loro esibizione, diventato leggendaria per gli amanti del cosiddetto "Rock da stadio", comprende “Bohemian Rhapsody”, “Radio Gaga”, “Hammer To Fall”, “Crazy Little Thing Called Love”, “We Will Rock You” e “We Are The Champions”. Il DVD include anche la performance realizzata da Freddie e Brian in tarda serata quando hanno deliziato i presenti con “Is This The World We Created”. Nel secondo DVD sono incluse anche le riprese inedite delle prove del Live Aid, un’intervista alla Band ed un servizio della serie televisiva americana Pm Magazine del 1982 in cui May e Taylor vengono intervistati per raccontare la storia, la musica ed i concerti del gruppo. In definitiva “Rock Montreal & Live Aid” mostra i Queen in forma smagliante, è un esibizione davvero mozzafiato! Se volete un piccolo assaggio cliccate qui
Queen I: un debutto troppo sottovalutato
Pubblicato da BettingMaker | lunedì, dicembre 03, 2007 | OldPost, Queen, Recensioni | 0 commenti »
"Queen" è uno dei debutti discografici più sottovalutati della storia del rock, quest' album ci fa tornare indietro fino al 1973, prima dei grandi classici come "Bohemian Rhapsody" o "Killer Queen" che consacrarono il successo internazionale del quartetto britannico. "Queen", pubblicato in Inghilterra il 13 luglio del 1973, costituisce la prima pietra a quella che sarà la cattedrale che Freddie e compagni riusciranno a costruire con il loro talento. L'album venne registrato presso i Trident e i De Lane Lea Studios, in Inghilterra, e prodotto da Roy Thomas Baker, John Anthony, Louie Austin ed i Queen. Gli assistenti di registrazione furono Roy Thomas Baker, Mike Stone, Ted Sharpe e Dave Hentschel. La registrazione proseguì per un lungo periodo di tempo, poiché la band usava le off-hours (i "tempi morti" tra le registrazioni di altri gruppi) per risparmiare. Nel retro dell'album la band fece includere il commento "No synthesizers" (nessun sintetizzatore), poiché alcuni ascoltatori avevano erroneamente ritenuto che alcuni effetti vocali e della chitarra fossero dovuti al sintetizzatore. I Queen erano già inseriti nel circuito universitario e dei club nei dintorni di Londra, quando venne concessa loro l'opportunità di testare i nuovi accessori di registrazione dei De Lane Lea Studios, che usarono per elaborare delle versioni pulite di cinque canzoni: "Keep Yourself Alive", "The Night Comes Down", "Great King Rat", "Jesus" e "Liar". Nonostante la qualità di tali registrazioni, nessuna casa discografica volle assumerli, eccetto la Chrysalis Records, che usarono per cercare di convincere le altre case. Nel 1972 vennero finalmente notati da Norman e Barry Sheffield, che stavano allestendo i Trident Studios. Il patto con la band principiante era che loro potessero registrare solo durante i tempi morti degli Studios, quando l'artista pagante fosse andato via (di solito tra le ore 3.00 e le 7.00). Un giorno, mentre attendeva che lo studio si liberasse, a Freddie Mercury fu richiesto di registrare delle parti vocali dal produttore Robin Cable, che stava lavorando su una versione di "I Can Hear Music" e "Goin' Back". Mercury si portò dietro anche Brian May e Roger Taylor, e il pezzo venne registrato. Questa situazione durò da giugno a novembre del 1972. A causa di queste limitazioni, in questo periodo la band si concentrò sul terminare un brano alla volta, prima di passare al successivo. I problemi sorsero immediati. La band aveva una grande considerazione dei demo registrati ai De Lane Lea Studios, ma il produttore Roy Thomas Baker chiese loro di re-registrare le canzoni, stavolta con un equipaggiamento migliore. "Keep Yourself Alive" fu la prima a venire re-registrata e ai Queen il risultato non piacque. La registrarono ancora una volta, ma nelle sessioni di mixaggio nessun mix andava incontro alle loro pretese, finché Mike Stone, dopo altri sette o otto tentativi falliti, con la sua prima prova incontrò l'approvazione dei Queen. Stone sarebbe rimasto come addetto al mixaggio e a volte anche come co-produttore per i loro cinque successivi album. La prima re-registrazione di "Keep Yourself Alive" venne più tardi pubblicata dalla Hollywood Records negli USA con il titolo di "Long Lost Re-take", con l'autorizzazione di Brian May. Un altro brano andò incontro a dei problemi: "Mad The Swine" era stata registrata per l'album, ma Baker e i Queen erano ancora in disaccordo, a causa della qualità del suono delle percussioni. Non avendo risolto la disputa, il brano venne lasciato fuori dall'album. Questo, comunque, apparve sul lato B del singolo "Headlong" pubblicato nel Regno Unito. La versione di "The Night Comes Down" che appare nell'abum è, infatti, il demo registrato ai De Lane Lea, poiché la sua qualità appariva migliore dello standard del resto delle canzoni dell'album. "Queen" mostra una band già matura ed in grado di comporre buone canzoni, sufficientemente articolate e con ampio spazio dedicato alle parti soliste (molto di più che nella maggior parte dei dischi successivi). Lo stile non è facile da definire: se brani come “Modern Times Rock and Roll” e “Son And Daughter” sono visibilmente Hard e dall’impronta decisamente Led Zeppelin, in “My Fairy King” e “Doing All Right” i Queen si comportano diversamente, alternando ai classici riff alla Jimi Page parti più calme, in cui a dominare sono le chitarre acustiche e il pianoforte. L’impatto tipicamente pop di “Keep Yourself Alive” contrasta non poco con la potenza di “Great King Rat” e “Liar”, nelle quali Mercury e compagni riescono a raggiungere picchi musicali discretamente alti anche senza l’utilizzo delle tastiere. Poi, con la riuscita “The Night Comes Down”, provano a cimentarsi in qualcosa di più sperimentale, con buoni risultati; come brano conclusivo ci regalano un'interessante versione strumentale di “Seven Seas Of Rhye”, che nel successivo “Queen II” avrà arrangiamento migliore e testo. Diventerà un classico del quartetto... Non si riesce però a comprendere bene con quale identità, a quel tempo, i Queen volessero apparire: nelle loro coinvolgenti esibizioni live si presentavano come un gruppo estremamente “glam” ma alcuni testi di “Queen” con frequenti riferimenti alla bibbia (“Jesus”, “Liar”), digressioni Fantasy ("My Fairy King") e “Pseudo-Lezioni Di Vita" (“Keep Yourself Alive”) di glam hanno ben poco. Tale oscurità è così evidente in certi brani che fa pensare a improvvisazioni vocali del momento, rimaste tali anche durante la registrazione finale dell'album. Questa voglia di significati misteriosi sarà uno dei fili conduttori dei primi lavori dei Queen. Per complicare ulteriormente il discorso intervengono i coretti molto “Yes” che compaiono di volta in volta un po’ in tutte le tracce. Musicalmente, di primo ascolto, si ha la sensazione di un prodotto che si allinea agli stilemi quegli anni, ammiccando a quella parte di pubblico infatuata dall'allora dilagante fenomeno del glam-rock. Ad un ascolto più attento, tuttavia, ci si accorge di come non manchino accenti e spunti del tutto originali. Soprattutto nei momenti più delicati è facile rimanere incantati da una certa freschezza compositiva, spesso modulata su una complicata ed elegante struttura musicale. È il caso della meravigliosa "My fairy king" e di "Liar". Una degna menzione merita l'orchestrazione delle chitarre: molteplici sono le sovraincisioni e gli effetti stereo, tutti rivolti a regalare coralità, enfasi ed un alito di epicità ai brani. Il lavoro alle sei corde appare graffiante e assai appropriato per il mood dell'album. Un lavoro a tratti strepitoso che un giovanissimo Brian May riuscì ad ottenere dopo numerose sperimentazioni, aiutato, a quanto sembra, anche dalla sensibilità creativa di Freddie. "Keep Yourself Alive" è una una prova da equilibrista alle sei corde che ricalca il rock vero, pungente, a tratti rude del panorama musicale dei primi anni 70. La raffinata severità dell'interpretazione vocale, seppur nel caos di una musicalità volutamente chiassosa, è limpida e saggiamente intessuta su trame armoniche accattivanti e di sicuro effetto. E' un treno in corsa che pare non abbia fermate, né una destinazione. Il brano sta nella prova vocale di Freddie e in quella chitarristica di Brian, mentre tutto il resto asseconda quel gusto viscerale per suoni energici e dalle vaghe cadenze afro-tribali. Musicalmente, dopo un crescendo "rossiniano" di chitarra elettrica incanalata su effetti stereo dall'indubbio fascino, si può legittimamente affermare che il brano "esploda" nel ritornello, subito dopo convulse, rapide e sibilline strofe introduttive. Un intermezzo affascinante di percussioni e una capatina vocale di Roger (e anche di Brian, a seconda della versione presa in esame) accrescono di consistenza l'intero brano. Riguardo ai contenuti, il testo è un chiaro invito a tenere duro di fronte alle avversità; è un avvertimento dei pericoli e degli ostacoli che tutti, prima o poi, troveremo per il nostro cammino. A questo, tuttavia, fa eco una certa rassegnazione, soprattutto nelle prime strofe, e una mesta constatazione dell'inconsistenza delle illusioni giovanili. Primo singolo dei Queen in assoluto (uscito il 6 luglio 1973), non raggiunse alcuna posizione significativa nelle classifiche discografiche inglesi, ma, per tutti gli anni '70, divenne un acclamato successo nei concerti dei quattro Queen. "Doin' Alright": scritta da Brian May e Tim Staffel, ri-arrangiata dai quattro Queen attraverso una trasposizione introduttiva per pianoforte, è dapprima un dolce e solare messaggio di freschezza vitale, di ritrovata gioia di vita, mentre la parte centrale si segnala per una intensa e forse un po' caotica performance rockeggiante. È un brano "da tè pomeridiano", studiato per assorbire il meglio della raffinatezza musicale inglese e per combinare la morbida dolcezza della melodia ad una decisa e maschia vena rock! Si segnala anche per i frequenti e repentini cambiamenti di ritmo e di "sapore" musicale. Questo è uno dei pochi brani dei Queen che vede Brian May al pianoforte.In questa occasione, Brian suonò anche la sua vecchia chitarra acustica Hairfred, una cosa che fece altre volte per brani come "White Queen" (As It Began) e "Jealousy". Compare come retro del singolo americano "Liar". "Great King Rat": E' un rock atipico, primo esempio della multicolore vena creativa di Freddie Mercury, così lontana da una monocromatica staticità espressiva, sempre alla ricerca di intense sensazioni attraverso inconsuete trovate musicali. Su un ritmo spagnoleggiante, percosso dall'elettricità di certi riffs e da un vivacissimo ed appropriato gusto per suoni rudi e sincopati, prende forma questo capolavoro dai temi ermeticamente religiosi. La parte strumentale centrale, mai noiosa e costantemente frizzante, esalta le doti di Brian May il quale, non senza un certo compiacimento in quei simil-assoli, rende epica una melodia strozzata, convulsa, singhiozzante. Un certo e voluto riverbero (o eco) nella prova vocale di Freddie pone l'accento sull'atmosfera mistica del brano. Ottimo Roger Taylor. Superlativo Brian May quando strizza l'occhio alla melodia con la sua chitarra. My Fairy King: Il luogo incantato (Rhye) dove Freddie vorrebbe portarci attraverso le parole di questa favola dal finale crepuscolare, non potrà mai elevarsi a paesaggio fatato quanto la sublime e intricata struttura melodica del brano. Il misterioso e gridato incipit, che rimanda la mente a grandi spazi aperti dai cieli plumbei, lascia il posto a una nenia in crescendo attraverso un falsetto delizioso che, pian piano, diviene un dolcissimo fremito d'amore che percorre tutta la canzone (quella nota ripetuta su cui costruisce la prima parte del brano è un tema che più tardi riprenderà in "Killer Queen" e "Bohemian Rhapsody"). Le sovraincisioni di voci, una chitarra elettrica profonda e mai così opportunamente dosata, l'eco deliziosa e ripetuta, e atmosfere musicali vagamente operistiche-orientali, rendono la parte centrale meravigliosa all'ascolto. Tutto è connotato di una sublime vena intimista. E il ponte che collega il ritornello all'epilogo di pianoforte, è un momento di pura esaltazione musico-vocale: Freddie che risponde a sé stesso è un Eden di voci angeliche! L'epilogo? La quiete dopo la tempesta. Un dolcissimo compendio della sensibilità musicale di Freddie, così multiforme e variopinta! Dopo un canto soavissimo al piano il brano, prima di concludersi, si trasforma in un accorato fuggi fuggi strumentale che trasmette angoscia, disperazione, paura. Sul testo c'è poco da dire: tutto è fantasia e mistero. Sembra che il mondo fatato di Freddie sia stato distrutto dall'avvento di qualcosa o di qualcuno. La magia è scomparsa, la serenità è trasformata in incubi, e l'invocazione materna quale ultima speranza. In questo episodio anche Roger Taylor mostra le sue doti vocali, raggiungendo le più alte note della sua carriera. Da notare che Mercury prese in prestito alcuni versi da una poesia di Robert Browning, "The Pied Piped of Hamelin". Capolavoro! "Liar": Uno zibaldone di momenti musicali di grande fascino, il tutto immerso in sonorità graffianti e finemente lavorate. Un lavoro di gruppo partito dall'input di Freddie, ma avvitato su una splendida performance strumentale da parte dei nostri. Riprendendo parte di una composizione giovanile dell'epoca Ibex (il titolo allora era "Lover"), i Queen riescono a palesare nuovamente il loro spirito poliedrico costruendo un masterpiece complicato e dalle forti tinte rock. Un brano musicale che non stanca, che sorprende per potenza e per quell'anima creata appositamente per reggere l'impatto concertistico. Seppure meno sottile di altre prove compositive e, di tanto in tanto, velato da un'acerba e quasi rude foga rock (negli assoli), Liar riesce bene a raggiungere le profondità musicali e lo scopo prefissato dai Queen è presto raggiunto: si ha la sensazione di trovarsi di fronte a un'opera completa racchiusa in poco più di 6 minuti di brano. Numerose sono i cambiamenti di ritmo, di melodia e, non di rado, di gusto musicale. Da antologia la parte "you're lying to me father please forgive me, you know you'll never leave me...". L'intermezzo è uno stanco, ma accattivante passaggio simil-gospeliano. Il finale è poderoso e compatto, rivelando passaggi di elegante e sentito rock. Graffiante e camaleontica! Uscito anche come singolo negli Stati Uniti (retro Doin' Alright) in una forma edit (tagliata). "The Night Comes Down": Dall'atmosfera plumbea e misteriosa alla sottile e femminea interpretazione vocale, dal ritornello corale al testo fatalista e nostalgico, tutto, in questo brano pieno di gusto, è pervaso di malinconia. Eppure la tessitura melodica appare profonda e dall'ampio respiro, mentre deliziosa e solare è la vivacità interpretativa. Quell'introduzione dalle tinte seppiate e funeree che si getta in una strofa dai color pastello è un bellissimo momento che sottolinea lo stato di smarrimento nel quale sembra vivere il protagonista del testo. La leggiadra e fanciullesca ninna nanna della prima strofa si trasforma in un grido di sofferenza, in un tentativo apparentemente vano di ricerca d'aiuto. Non vi è una grande prova strumentale perché tutto è rivolto a sottolineare con pacatezza e decisione l'innocenza del protagonista, il suo passato roseo e l'attuale disorientamento dovuto all'oscurità. Così il brano rimane avvolto da leggere cadenze classiche che aprono un varco tra rock e musica leggera. Bravo John Deacon (o Deacon John, come viene chiamato il nostro bassista nei credits dell'album!). Nel testo della canzone è presente anche un riferimento ambiguo a "Lucy in the Sky with Diamonds": "When I was young it came to me; And I could see the sun breaking; Lucy was high and so was I; Dazzling, holding the world inside". May è per sua stessa ammissione un fan dei Beatles ed in numerose interviste ha dichiarato l'influenza avuta dalla band britannica. La versione presente in "Queen I" (l'unica conosciuta!) è tratta dalle sedute di registrazione ai De Lane Lea studios del 1972. È quindi una registrazione praticamente in presa diretta! Gemma preziosa! "Modern Times Rock And Roll": La prima prova di Roger come compositore vorrebbe strizzare l'occhio ad un rock and roll allegro e un pò festaiolo, non è un pezzo memorabile ma a me non dispiace. Gradevole. "Son And Daughter": Di nuovo una rappresentazione, seppure con una marcia in meno e una verve compositiva più pacata rispetto ad altri brani, del tipico rock primi anni '70, rivisitato secondo una chiave personale e qua e là farcito di brillanti trovate. Tuttavia il brano si trascina non senza qualche difficoltà, ma appare anche una certa maturità ad un livello che difficilmente si riscontra altrove, soprattutto nelle parti in cui Freddie riesce a modulare la voce su registri sensuali e sottili e laddove Brian si inventa interessanti fraseggi chitarristici. Questi ultimi, per la verità, si limitano ad accompagnare melodicamente il brano, ma certi spunti (soprattutto nella parte centrale del pezzo) donano una certa consistenza, mentre il finale riesce a far emergere quel carattere di novità e freschezza che sono la virtù principale dell'album "Queen". Retro del singolo "Keep Yourself Alive". "Jesus": Il testo infantile e anche un po' ingenuo di questo brano prende spunto da episodi narrati in alcuni Vangeli. Ma quello del tema religioso e più precisamente del Cristo Salvatore venerato e osannato dalla folla e annunciato al mondo dai re magi, è forse solo un pretesto per porre l'accento sul ritornello corale, che ha in se una vaga pretesa rock-gospel (quest'ultimo, genere quasi esclusivamente a carattere religioso, nato nelle comunità afro-americane. Genere molto amato da Freddie!). Ma fermarsi al semplice testo di questo brano significa, in realtà, compiere un grande errore! "Jesus" è uno splendido affresco che, in alcuni punti e grazie soprattutto all'abilità di Brian, riesce a raggiungere profondità musicali inaspettate Da brividi la parte strumentale a metà brano con stupende pennellate di chitarra elettrica, mentre la voce di Freddie, così limpida, cristallina, forte e piena di emozioni, dona al brano un'indubbia unità di forma. In sostanza sorprende molto il tema del brano poiché Freddie proveniva da una famiglia praticante il culto Zoroastriano (sembra che venne scritto da Mercury, probabilmente con intento canzonatorio, mentre, seduto al tavolo di un bar, stava osservando un gruppo di fedeli uscire da una chiesa), e risultano magnifiche le parti strumentali (nonostante qualche concessione di troppo a un rock fracassone - vedi Doin' Alright - !). 30 e lode! "Seven Seas Of Rhye": Un breve assaggio di quello che diverrà, alcuni mesi più tardi, il primo singolo top 10 dei Queen. Questa versione è strumentale, dura poco più di un minuto e rappresenta la nascita prima di "Seven Seas Of Rhye", così come appare nell'album "Queen II" (1974). Divertente e allegra trovata di piano. In definitiva, molti l'hanno definito ancora un album grezzo, imparagonabile ai futuri successi, altri l'hanno reputato un album sottovalutato ma una cosa è certa: "Queen" crea una solidissima base su cui tali successi saranno fondati, integrando già tutti quei classici elementi che distinguono i Queen da ogni altra band rock.Il "miracolo" della Regina
Pubblicato da BettingMaker | giovedì, novembre 22, 2007 | Queen, Recensioni | 0 commenti »
L'album è stato registrato in un arco di tempo piuttosto grande a causa del momento difficile che attraversava la band: in questo periodo Freddie Mercury aveva infatti contratto l'AIDS (sebbene la notizia non sia stata ancora resa pubblica), mentre Brian May era reduce da una violenta crisi matrimoniale. Inizialmente doveva intitolarsi "The Invisible Men", ovvero "Gli uomini invisibili", titolo ironico in quanto nell'arco di tempo che intercorre tra quest'album e il precedente i componenti non si erano fatti vedere spesso in pubblico. Ma a tre settimane dalla pubblicazione fu deciso di intitolarlo "The Miracle". La copertina dell'album mostra un'immagine elaborata al computer in cui si vedono le quattro teste dei componenti del gruppo attaccate in modo da formarne un'unica. Una risposta alle continue voci che insinuavano lo scioglimento della band? A partire da questo album inoltre, i Queen decidono di accreditare ogni singola traccia a tutta la band, a differenza di prima in cui le tracce venivano attribuite solo a chi effettivamente le aveva composte. I Queen, all'apice della loro immensa carriera sono riusciti a costruire un lavoro gradevole ed affascinante un vero e proprio "miracolo" . Era dai tempi di "A Kind Of Magic" che la band non ritornava in studio per proporre nuove idee, e devo dire che le 10 tracce (più 4 b-sides) nate da questa esperienza sono davvero fresche ed originali. Si comincia con "Party", un brano dal ritmo incalzante ed una chitarra multi effetto, segue poi la magnifica "Khashoggi's Ship": questi due brani dell'album sono praticamente incisi in presa diretta e stupiscono per la loro durezza ed immediatezza sonora; entrambi parlano in maniera ironica della vita sregolata della rock star tra un eccesso ed un altro, tra una festa e un'altra. La prima delle due è una canzone semplice che però colpisce soprattutto per l'efficacia e la "durezza" dei cori, la seconda è un hard rock abbastanza tipico. La title-track è un leggero pezzo di pop-rock, imperniato sul tipico suono tastieristico dei Queen. Il brano è impreziosito dal solito Brian; ottimo e originale il coretto che lo conclude. È divertente ed orecchiabile, anche se la maggior parte dei fans non gli conferisce gli onori. Senza dubbio la canzone più famosa (e il singolo più venduto) dell'album è la coinvolgente "I Want It All". Il brano, ideato da Brian May, risulta un vero e proprio inno da stadio, con il solito chitarrista che ci regala bordate da brividi con la sua Red Special; Freddie canta con grande energia ed anche il resto del gruppo suona con grande autorevolezza il brano. È un peccato non averla mai sentita dal vivo con Freddie! Comunque rimane uno dei migliori brani rock mai suonati dalla band. "The Invisible Man", da un'altra idea del chitarrista del gruppo, è un brano tradizionalmente anni '80, con l'utilizzo di sequenze synth preregistrate; in questo episodio, l'elettronica viene usata sapientemente: non è un capriccio senza criterio ma un mezzo per giungere al cuore della canzone. L'assolo spinoso di chitarra è mitico ed anche Brian ne andò molto fiero. "Breakthru" è un'ottima hit del gruppo, un brano rock-pop originale, sul solito genere di inni che fanno impazzire i fans (vedi "We Are The Champions", "We Will Rock You", "In The Lap Of The Gods" e "Radio Ga Ga"), ottimi anche i cori, e come al solito non è una novità: stiamo parlando dei Queen, grandi architetti delle coralità di gruppo! Il ritmo della canzone è molto interessante ed è molto coinvolgente. Assomiglia a quello di una locomotiva in marcia. La settima traccia è un pezzo piacevole che si intitola "Rain Must Fall": su un ritmo latino-americano si sviluppa un brano pop che a tratti risulta un po' noioso, non sarebbe da sufficenza se non venisse letteralmente salvato da un assolo del solito Brian. Brano gradevole, ma senza grande originalità, poteva essere senza ombra di dubbio migliore, ma comunque può piacere. "Scandal" è una delle canzoni più belle dell'album, un rock duro con degli ottimi spunti melodici, quasi drammatici, su un testo di denuncia dell'uso indiscriminato che la stampa fa delle notizie in suo possesso; non a caso Mercury è stato una vittima della maledetta stampa inglese per tutta la sua carriera. Gli arrangiamenti sono spesso stati giudicati eccessivi in questa canzone, si può anche essere d'accordo, ma per me in questa bellissima traccia non c'è niente fuori posto: è veramente ottima così, con la voce di Freddie che raggiunge toni altissimi che solo su "Innuendo" e su alcune canzoni di "Made In Heaven" ("Mother Love" e "A Winter's Tale") si sentiranno ancora. La penultima canzone dell'album è "My Baby Does Me", tipicamente soul, con un ottimo riff di basso di John Deacon e una chitarra bollente. Per gli estimatori del genere può essere un ottimo pezzo, che io non discuto, ma che non amo eccessivamente, ad essere sincero. L'ultimo brano del disco è stato da molti definito come il vero testamento musicale di Freddie Mercury, infatti il testo di "Was It All Worth It" si chiede se è valsa la pena di vivere insieme questa avventura nel mondo del rock, e Freddie si autorisponde di sì, che è stata un'esperienza da vivere fino all'ultima goccia, nonostante tutto. Questo sottovalutatissimo pezzo racchiude l'anima della musica dei Queen, in 6 minuti c'e di tutto proprio come "Bohemian Rhapsody" o "Innuendo", arrangiamento perfetto che cade dal hard rock fino all'operetta, il tutto avvolto da una chitarra prepotente ed una voce grintosa, semplicemente fantastica! Ci sono poi tre extra tracks: "Hang On In There", un buon brano rock con ottimi spunti melodici; "Chinese Torture", un pezzo strumentale in cui Brian si destreggia in un assolo da acrobata riuscito benissimo ed infine una versione estesa di "The Invisible Man" . Concludendo posso senz'altro dire che secondo me l'album è veramente molto valido, con della grandi vette qualitative ("I Want It All", "Scandal", "Was It All Worth it" su tutte) ed una produzione sfavillante e solare che mostra un prodotto ottimamente confezionato. Perfetto per chi vuole passare un po' di tempo con della musica piacevole e scacciapensieri. The Miracle" è anche l'ultimo album in cui appaiono canzoni poco "impegnate" e il cui unico scopo apparente è quello dell'intrattenimento! La verità è che la grandiosità di certe melodie e la potenza di alcuni passaggi chitarristici trasformano questo disco in un prodotto di classe, un fine e mai volgare discorso rock sui temi più disparati. La magnificenza di "I Want It All", un brano straordinariamente cattivo ed elegante, si plasma perfettamente con le sonorità pop della title track e della divertente "The Invisible Man". "Scandal" è la ciliegina sulla torta (con la voce di Freddie in stato di grazia), "My Baby Does Me" è la testimonianza della versatilità dei Queen... "Breakthru" è un meraviglioso e coinvolgente treno in corsa! Ma ciò che rende unico questo album è la perfezione delle b-sides dei singoli... inediti di una bellezza talvolta disarmante e brani che avrebbero meritato un'apparizione nel secondo Greatest Hits! L'album possiede altre frecce all'arco: le cosiddette "Miracle Sessions" infatti sono quelle che maggiormente vantano quantità di demo e di versioni particolari a disposizione. Vediamole ai raggi x: "My Baby Loves Me" si discosta poco da quella originale ed offre un ritornello leggermente modificato; questa canzone presenta un cordone ombelicale con "I Guess We're Falling Out", un piacevole e coinvolgente motivo che avrebbe senz'altro fatto breccia nel cuore dei fans; "A New Life Is Born" coincide almeno inizialmente con la intro di "Breakthru" ed è scritta da Freddie: nel momento in cui ti aspetti la parola Breakthru il tema cambia rotta con parole nuove. Infine la jamming session di Stealin' è una versione di 12 minuti molto singolare: qui Freddie si lascia andare a commenti esilaranti e tutto sembra molto coinvolgente... ma dal "miracolo" della Regina è impossibile non rimanenere coinvolti.
L'album è stato inciso a Londra nei Trident Studios nell'agosto del 1973, ed è stato pubblicato in ritardo rispetto alle previsioni data la crisi del petrolio. Pubblicato nel Marzo del 1974, “Queen II” segue di pochi mesi il precedente “Queen I” e, per certi aspetti (i temi trattati, alcune similitudini di contenuti…) ne è l'ideale seguito ed epilogo; di contro, là dove l'analisi si sofferma sullo stile, non mancano le differenze: ai brani è conferita un'eco epica nei temi e nelle musiche che influenza l'intero mood dell'album. Al rock energico e viscerale di “Queen I” si contrappone un'eleganza curata con dovizia certosina, una raffinatezza voluta, spesso mirata a sottolineare implicitamente la sottile melodia di un brano. “Queen II” è una sinfonia unica e indivisibile, non un album di brani a sé stanti. Ne consegue che ogni traccia è l'epilogo della precedente e il prologo della seguente… solo "Seven Seas Of Rhye" (che tra l'altro è uno sviluppo di un brano strumentale apparso su “Queen I”) uscì come singolo a riprova dell'indivisibilità dell'album. Non è il primo caso né l’ultimo ma mai livello così elevato e perfetto tecnicamente fu forse mai raggiunto, eccetto che in “A Night At The Opera”, sia dai Queen che da altri gruppi. Ci chiediamo: Come mai sia possibile che dal primo al secondo album ci sia un maturità tale? I Queen hanno capito su che strada muoversi ma è il binomio Mercury/May che raggiunge e che scavalcherà quello Plant/Page. Invece dell'indicazione canonica Lato A e Lato B, i lati dell'album sono stati indicati con la dicitura Lato Bianco e Lato Nero. Il primo lato dell'album è formato da canzoni composte dal chitarrista Brian May (come "Father To Son o "White Queen"), mentre il secondo contiene canzoni composte da Freddie Mercury, tra le quali spiccano la ballata "Nevermore", "The March Of The Black Queen" o "Seven Seas Of Rhye", primo brano dei Queen ad entrare nella top ten nazionale. I due lati sono intervallati da un brano di Roger Taylor, "The Loser In The End". La distinzione fra Lato Nero e Lato Bianco è dovuta ai differenti caratteri dei compositori. Il bianco e nero stanno a significare come viene vista la figura della regina dai due musicisti. Freddie Mercury, ad esempio, nel brano "The March Of The Black Queen" la immagina vestita di nero che avanza portando scompiglio e paura. Brian May invece, dotato di un carattere più tranquillo di Mercury, la descrive come una dolce regina bianca nel brano White Queen. Se l’album di esordio apre un sipario molto scoppiettante, siamo ora totalmente allo scuro. La prima traccia è "Procession": intorno a voi si crea un'atmosfera misteriosa, medievale: tutto scaturisce da una semplice moneta che cammina su sei corde. È Brian May l'artefice di questa marcia "quasi" funebre, è suo il sapiente gioco strumentale che da accordi in minore passa in maggiore con un accompagnamento basso ed una sovraincisione alta: farà capire che quella piccola marcia è invece indice del lato “White” dell’album, quello tutto suo ma aspettiamo a dire che sarà un album solare! Sembra piuttosto di assistere ad una solenne marcia di un santo... poi tutto sfuma, e ai nostri occhi si presentano nuovi orizzonti... Si apre il sipario: La Regina va in scena. I 4 personaggi scuri nella cover si materializzano. La seconda canzone "Father To Son" è un inizio trionfale ed anche un inno alla relazione padre/figlio che per Brian ha sempre significato molto. Lo stesso May, in un'intervista del 1986, dichiarò che suo padre fu un esempio di compostezza. L'atmosfera rimane "medievaleggiante", Cori e sovracori dominano la scena, accelerazioni con ritorni esplosivi di hard rock per smorzare in lentezze quasi paradisiache. Quando un pezzo è lungo, non può essere altrimenti. May lo impara dalla teoria del “long poem” di Wordsworth, il quale, sosteneva che la poesia è fisiologia e che solo quando è breve può essere massima, se è lunga deve avere momenti di alti e bassi. In tutta la discografia Queen ci saranno riferimenti costanti al mondo letterario. La chiusura del pezzo è sfumata e trionfale. A parte il ripetitivo finale, regala momenti di pura manna per le orecchie, fino a dissolversi nuovamente in un'atmosfera che paradossalmente è cupa, ma allo stesso tempo è candida e soffice come il cotone. Segue "White Queen (As It Began)" ed è ancora uno strepitoso May che ci conduce per mano nei meandri di un passaggio gotico: nell’epoca in cui il videoclip non esiste ancora, il suono lugubre della Red Special è quasi come un pennello, ci sembra di vivere ogni situazione, incredibile! La chitarra di Brian piange, un mesto Mercury accompagna questa tristezza e si cammina per una valle oscura invocando la Regina Bianca che con il suo potere è capace di stregare il poeta e di far impallidire la notte. A May non resta che attendere invano, dando sfogo ad un arpeggio classico seguito da fruscii incogniti che, al comparire della Regina nell’ oscurità, danno vita ad uno dei momenti più intensi della storia della musica. La chiusura è mesta “As It Began”. Un canto d'amore lento ma inesorabile verso una scontata e triste conclusione. Questa traccia venne proposta incessantemente nei primi concerti ma poi fu dimenticata dopo la svolta commerciale. Dopo il susseguirsi continuo delle prime 3 traccie si profila un momento di pausa: in "Some Day One Day" troviamo una melodia country-blues, una song forse con una vena un po' pop, ma comunque orecchiabile e gradevole. Nonostante i temi gotici affascinanti in esso contenuti e una variazione niente male nell’inciso, non cattura. È anche il primo pezzo che Brian canta e le sue abilità canore sono ancora da affinare. L'intermezzo si prolunga con “The Loser In The End”: il brano non ha molto a che fare con l'album ma forse Roger lo scrisse e decise di cantarlo per forza! Questo ritratto della madre generosa ma "perdente" ci fa tuffare nel mondo pessimistico e (successivamente con "Drowse") rarefatto del batterista dei Queen, spesso sottovalutato come tutti gli altri membri del gruppo. La canzone non morde, né scuote l'animo, per colpa anche di un mixaggio non all'altezza, per questo meriterebbe l’insufficienza ma l'ottima prova vocale di Roger Taylor la salva. Dopo un discreto assolo di May, la canzone si dissolve, e si cambia faccia, passando alla "Black Side", ed è qui che comincia il bello! Freddie dà sfoggio a tutta la sua abilità favolistica e mitologica, memore della letteratura tardo-gotica inglese, ed avvia il lato scuro dell’ album con "Ogre Battle". Una lenta esplosione incombe nella nostra testa, fino ad alterarsi in un urlo stridulo, che rieccheggia in effetto "riavvolto" della chitarra di Brian May, che ci introduce alla canzone, brano dai toni Epic-Metal che conquista e stupisce per i riff taglienti e il ritmo coinvolgente. La battaglia degli orchi esplode: grandi e piccoli sognerebbero. Questi orchi al calar della notte si radunano solo se “il pifferaio suona e la tua zuppa è fredda sul tavolo mentre il corvo vola…”, orchi che divorano l’ oceano e che spesso testano la loro forza in battaglie mitologiche. Non ci si annoia proprio. Fantastico! Subito ci addentriamo in un clima "Pseudo-progressive" di stampo non tanto Genesisiano come molti critici hanno erroneamente affermato, ma in un'atmosfera che ha il marchio Yes, con una descrizione di strampalate quanto fantastiche figure irreali che sembrano quasi messe lì a caso. "The Fairy Feller’s Master Stroke”. Tradotto significa: il colpo maestro del taglialegna. Mercury, diplomato al Ealing College di Arte, conosceva l’omonimo quadro di Richard Dadd. Una fiaba zampillante. Una cerchia di creature da “Sogno di una notte di mezza estate” che si radunano nei boschi ad assistere al taglialegna che sferrerà un colpo d’ ascia per rompere la noce. Mercury, con ritmo incalzante e accordi che tra di loro infrangevano di molto le leggi armoniche, crea uno dei brani più intriganti dell'album descrivendo ogni personaggio presente nel dipinto di Dadd. Su un melanconico e sofferto discorso musicale al pianoforte, Freddie ci delizia con la sua voce attraverso una melodia che sollecita il cuore e le emozioni, questa è “Nevermore”. Freddie Mercury come Edgar Allan Poe nella poesia del “Corvo” ripete mai più ad ogni domanda dell’ innamorato che chiedeva se la sua lei fosse innamorata o addirittura viva. Quella risposta ossessionante è il motivo della disperazione. Un brano da 10 e lode. Dimenticatevi la precedente toccata lenta di "Nevermore", quella stessa toccata si trasforma in una solenne marcia, che stavolta non è destinata ad un santo, ma ad una sua specie di opposto... Non è più quella regina misteriosa del lato bianco ma questa è la regina nera, che ha il regno nella mano sinistra e la legge nella destra. È la regina della notte; spietata, come in un gioco a scacchi tra bianchi e neri (proprio come le unghie della mano sinistra che si dipingeranno d’ora in poi May e Mercury) regna sovrana ed incontrastata nelle tenebre con entrambe le mani (ideologia totalizzante politica?). È affascinante, meschina, “bolle, sforna e non mette mai i puntini sulle i”. Almeno tre generi musicali (il rock, il melodico e l'heavy) trovano la loro ideale collocazione. Targata ancora Mercury, è la summa del lavoro svolto finora. Tocca vertici assoluti per l'eclettica interpretazione di Freddie e per la parte strumentale dosata con intelligenza ( marcia, salti, tamburi impazziti, cori altissimi e sempre ben organizzati, variazioni infinite, tregue, cavalcate, interruzioni, riprese). "The March Of Black Queen" è una mini-suite di sei minuti e mezzo, divisa in quattro sezioni, la parte solenne iniziale, dove "La marcia della regina nera" viene introdotta nelle sue sfumature più oscure, tra cori magniloquenti e arrangiamenti taglienti e molto, molto complessi... poi la parte centrale fa da ponte tra la parte precedente e la parte successiva, ed è una sequenza più lenta, un dialogo lento e dolce tra Freddie ed il suo piano, fino a sfociare nel tripudio trionfante e oscuro della regina nera, rappresentata dai graffianti riff di Brian, la voce immensa di Freddie, ed una prova incredibile di Deacon al basso. Dopo l'emozionante tripudio, "The March of The Black Queen", si chiude con breve dialogo piano-chitarra, per poi passare ad uno strano canto trainante, che incita a dimenticare la regina nera per tornare in un mondo più ripetitivo e petulante, ma non per questo meno affascinante. "Funny How Love Is" è una disincantata esaltazione amorosa, un gioco di cori che dosa bene eleganza e forza melodica. Affascinante come una casa vittoriana in puro stile inglese! La struttura musicale e la coinvolgente melodia sono all'ascolto liete come il canto primaverile degli uccelli, mentre il feeling della canzone ricorda l'onda lieve di limpidi specchi d'acqua alpini... tutto è lieto, eppure tutto è pura esaltazione corporea, dove i sensi non subiscono passivamente l'amore, ma sono anch'essi parte di quel meccanismo passionale che coinvolge spirito e corpo. Però questa canzone avrebbe meritato ben altro mixaggio: il brano svanisce con un fade out che comincia a metà brano, mentre il volume dell'intera struttura vocale è troppo basso rispetto a quello della parte strumentale. “Seven Seas Of Rhye” è una canzone che ripercorre il tema principale della "Black Side", ma era già nata prima di Queen II, anche se ora è stata perfezionata. Freddie Mercury la organizza ancora col suo gusto poetico immaginandosi una creatura sovrumana che scende dall’alto e reclama i suoi mari di Rhye con un ritmo davvero coinvolgente. L' allegro e veloce movimento al pianoforte, I riff pungenti di Brian e la buona batteria di Roger Taylor rendono l'attraversata dei mari davvero piacevole! Il singolo raggiunge il 10° posto in Inghilterra. In definitiva “Queen II” è un album per palati fini, lontano dai riverberi allegri e irresistibili di "Keep Yourself Alive", più vicino alla raffinata e complicata leggerezza di "The Night Comes Down".
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