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Il messaggero degli dei

Pubblicato da Robj | sabato, novembre 17, 2007 | , | 0 commenti »





















Freddie Mercury, o meglio Farookh Bulsara, nacque il 5 settembre 1946 sull'isola di Zanzibar, allora colonia britannica, da genitori di etnia parsi. Trascorse un’ infanzia agiata a Bombay, in India, dove il padre, diplomatico al servizio della Corona, era stato trasferito prima di emigrare in Inghilterra nel 1964 dopo il riconoscimento d'indipendenza della Tanzania. Quando Farookh compì otto anni fu mandato a scuola a Bombay, dove frequentò il collegio inglese di St. Peter, ad un tiro di schioppo dalla città. Furono i suoi compagni di scuola a ribattezzarlo Freddie, nome che venne poi adottato anche dalla sua famiglia. A scuola Freddie eccelse in diverse discipline sportive (boxe, hockey e ping pong) ed a dodici anni vinse il premio di studente più versatile. Oltre ad essere un valido atleta fu anche un allievo dotato di eccezionale talento artistico. Il suo passatempo preferito fu quello di ritrarre amici e parenti ma la passione per la musica non tardò molto a rivelarsi. I primi a notare il suo talento furono i suoi insegnanti che proposero ai genitori di iscriverlo ad un corso di pianoforte. Dopo poco tempo fondò il suo primo gruppo musicale (coro), gli "Hectics", i quali suonavano in occasione dei balli e delle feste scolastiche e con i quali potè sfoggiare il suo innato gusto estetico e teatrale. Per Freddie, i giorni della scuola a Bombay furono tra i più felici della sua vita. Uscito dal St. Peters tornò nella sua casa di Zanzibar, ma a 18 anni fu ancora una volta strappato alle sue amate radici. Nel 1964, la maggioranza africana di Zanzibar diede il via ad una rivolta contro la minoranza araba. I Bulsara fuggirono dai disordini e approdarono in Inghilterra, dove si stabilirono nel sobborgo londinese di Feltham, nel Middlesex, in una casetta bifamiliare che si trovava sulla traiettoria di volo dell'aeroporto di Heathrow, e a pochi passi dall' abitazione di Brian May. I suoi genitori sarebbero poi rimasti in quella casa anche quando Freddie divenne una vera e propria star del rock. Per Freddie la grigia e tetra Feltham rappresentò un brusco distacco dai paesaggi esotici della sua gioventù ma per sua fortuna gli "scatenati" anni '60 stavano per esplodere. Freddie, dopo aver conseguito il diploma in arte, venne ammesso nel 1966 al "Ealing College of Art" e si trasferì a Londra, nel quartiere di Kensington. Nel corso del 1969 Freddie, accanito fan di Jimi Hendrix ed eccellente pianista, entrò a far parte di un gruppo di Liverpool, gli Ibex, e nel corso di alcuni concerti a Londra e a Liverpool, dove il gruppo traslocò per alcuni mesi in cerca di gloria, iniziò ad affinare le sue doti vocali e la presenza scenica. Dopo la parentesi con gli Ibex, Freddie fece parte di altre due formazioni: i Sour Milk Sea e i Wreckage, per i quali scriverà il suo primo pezzo, Stone cold crazy. Nel 1970 Freddie si unì agli Smile rimasti in due dopo la dipartita del bassista e cantante Tim Staffel. Quei due ragazzi erano Brian May e Roger Taylor, con il quale Freddie aveva gestito tempo prima una bancarella nel mercatino di Kensington. Brian e Roger manifestarono all’inizio qualche perplessità all’ingresso di Freddie nella band: la sua esagerata teatralità, il suo sfrenato edonismo e soprattutto il suo modo di apparire e muoversi in pubblico lasciavano loro qualche dubbio. Ma davanti a quell’estensione vocale, a quell’entusiasmo, a quell’infinità di idee grandiose che Freddie possedeva, non seppero tirarsi indietro. Freddie si ribattezzò Mercury, in onore al mitologico messaggero degli dèi e decise che la band si sarebbe chiamata Queen: "Ho pensato al nome "Queen". È solo un nome, ma è molto regale ovviamente, e suona benissimo. È un nome forte, molto universale e immediato. Ha molte sfaccettature ed è aperto a tutti i tipi di interpretazione". Nel 1971, dopo aver provato nelle prime esibizioni alcuni bassisti, la band decise di assumere definitivamente John Deacon. Mercury disegnò anche lo stemma della band: è un disegno di grande forza evocativa ed include i segni zodiacali dei quattro componenti sovrastati da un'araba fenice, uccello mitologico conosciuto per la capacità di ritornare in vita dalle sue stesse ceneri, scelta in segno di immortalità e speranza. Il logo è composto da due leoni (Brian May e John Deacon) a presidiare la corona della regina (Queen, appunto), un granchio per il segno del cancro (Roger Taylor) e due fate che rappresentano la vergine (Freddie Mercury). Naturalmente buona parte del successo stratosferico dei Queen si deve a Freddie Mercury. Fu lui a scrivere molti dei più folgoranti successi della band, e sua è "Bohemian Rhapsody", un opera rock di assoluta originalità, come pure il classico anthem da stadio "We Are The Champions" o la spettacolare "Somebody To Love". Ma in misura ancor più decisiva è stato il suo contributo dal vivo: Freddie adorava trovarsi sul palco di fronte a migliaia di fans. Si pavoneggiava per tutto il palco, roteando selvaggiamente il suo microfono ad asta senza base o fingendo di suonarlo come un pazzo, come se fosse una chitarra. Una volta David Bowie disse disse di lui: "Era una star che riusciva a tenere il pubblico nel palmo di una mano". Freddie era famoso nel mondo del rock per la sua teatralità e per le sue pose, e i Queen furono una delle attrattive maggiori del Live Aid, uno dei più grandi concerti di beneficenza mai organizzati. Lo spettacolo, allestito da Bob Geldof nel 1985 per raccogliere fondi contro la fame nel mondo, consacrò definitivamente Freddie come intrattenitore di folle oceaniche. Dopo lo show, Geldof definì i Queen il più grande gruppo musicale del pianeta. Fuori dalla scena, la vita di Freddie fu altrettanto sopra le righe. Una volta disse ad un giornalista: "L'eccesso fa parte della mia natura. Per me la monotonia è una malattia". Freddie era anche un incallito amante dello shopping, le tournèes del gruppo nel Sol Levante furono per lui l'occasione per dare sfogo alla sua mania. Acquistò sete meravigliose, interi fasci di kimono, favolose collezioni d'arte giapponese ed enormi e costosissime carpe "koi" da far sguazzare nel laghetto della sua casa di Kensinghton. Col tempo aveva accumulato anche una tra le più importanti collezioni private della Gran Bretagna. Freddie amava soprattutto le tele dei pittori impressionisti, xilografie giapponesi e opere di maestri vittoriani. Uno dei suo artisti preferiti fu il pittore russo Marc Chagall. La casa di Kensinghton fu un altro dei suoi vagheggiati e costosissimi lussi, l'aveva pagata cinquecentomila sterline in contanti ed arredata con le antichità di mezzo Giappone. Non si curò mai di ridurre le spese: "Freddie non ha assolutamente alcun senso del denaro e del suo valore. So che una volta era sempre al verde, mentre adesso ha delle carte di credito, ma credo che l'unico modo perchè Freddie si renda conto che il denaro potrebbe finire sarebbe che la macchinetta inghiottisca anche la sua carta di credito. E neanche allora arriverebbe a capire" (Roger). Benchè Freddie sia ricordato come lo stravagante ed eccessivo simbolo dei Queen, c'era anche un altro lato della sua personalità. Nell'intimo, l'istrione era in realtà un uomo solo ed angosciato, e non sorprende che uno dei suoi maggiori successi personali fosse una versione di "The Great Pretender" (Il grande simulatore). Molti suoi amici dicevano che il suo stile di vita selvaggio e gay era solo uno dei tanti aspetti della sua vita . La sua relazione sentimentale più lunga non fu con un uomo ma con una donna : Mary Austin. Anche se Freddie non annunciò mai in pubblico di essere gay, visse una vita di promiscua sessualità, oscillando però sempre tra rapporti di una sola notte e relazioni prolungate e domestiche. Diceva spesso che la sua promiscuità era un modo per sfuggire alla solitudine, gli amici più intimi pensano che avrebbe desiderato una famiglia, altri sostengono che non ha mai del tutto superato lo shock di aver lasciato Bombay per Feltham. Nel 1987, abbandonò la sua vita ricca di eccessi. Difatti non partecipò più ai grandi eventi live, dicendo che un uomo di 40 anni non poteva saltare con una calzamaglia addosso, in realtà non voleva dichiarare pubblicamente di aver contratto l'AIDS. Queste dichiarazioni fecero insospettire alcune testate scandalistiche che cominciarono a formulare congetture di ogni tipo. Si fecero sempre più rare le apparizioni pubbliche, quasi nulle, ed egli visse sempre più nella sua villa a Kensington. Freddie nascose inizialmente il terribile segreto della sua malattia anche agli altri membri dei Queen, per evitare che si potessero preoccupare per lui, impedendogli di cantare. Il canto, infatti, era la cosa che più gli dava alleviava le sofferenze, e così dall'Inghilterra si trasferì in Svizzera a Montreux, dove acquistò un appartamento, e dove incise alcune tra le più intense canzoni dei Queen. Cantò quasi fino alla fine, fece l'impossibile per i suoi fan, spesso facendosi pregare di smettere dagli altri componenti del gruppo, ma la musica e l'amore della gente erano le cose più importanti per lui. Rientrò in Inghilterra due settimane prima della fine per stare vicino ai suoi cari. Morì alle 18:48 di domenica 24 Novembre del 1991 in seguito ad una broncopolmonite cagionata dall'AIDS. Spirò nella sua casa ed il suo corpo, cremato, è conservato dalla famiglia (un'altra tesi ritiene le ceneri disperse nel lago di Ginevra, davanti alla "sua" Montreux). Il suo funerale venne celebrato in forma privata secondo le usanze zoroastriane. Il mondo precipitò nel dolore, centinaia di fans si radunano per tutta la notte in lacrime davanti alla sua abitazione e ovunque la notizia riempì le pagine dei giornali. Fu memorabile la sua ultima apparizione in pubblico nel video della canzone "These Are The Days Of Our Lives", tratta dall'album "Innuendo
": Freddie apparì molto dimagrito, con le occhiaie, vestito elegante e senza i suoi celebri baffi. Alla fine della canzone, trovò la forza per sorridere e sospirare per l'ultima volta ai suoi fans "I still love you", un tenero e sincero gesto d'affetto dedicato a tutti coloro che l'hanno amato e che l'ameranno per sempre.



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